Ultimi giorni prima di rientrare in Italia. A fine agosto le temperature iniziavano ad abbassarsi e il sole cocente a lasciare spazio a un po’ di pioggia rinfrescante. Il contachilometri della bici segna quota 2500 km in 30 giorni, su e giù per il Giappone, dalle montagne a nord di Tokyo fino a Hiroshima, passando per Shikoku, l’isola sotto l’Honshu che molti si dimenticano di visitare. 2500 km di un viaggio bellissimo, ma che fino a quel momento scarseggiava di momenti veramente autentici. Dopo tanti giorni in sella alla bici ci si può finalmente fermare e godersi del meritato riposo, per cui giunto a Kawagushi, nella regione del Monte Fuji, pianto la tenda in riva al lago e tra una degustazione di saké e un piatto di Udon, decido di essermi meritato un ultimo pomeriggio alle Onsen, le terme tipiche giapponesi.

Una volta dentro alla Onsen deserta, mi spoglio e mi lavo con cura per diversi minuti, seduto su uno sgabellino di legno, come da tradizione. Poi un primo ingresso nella vasca termale interna per acclimatarmi, e infine passo alle magnifiche vasche esterne, con bordi in pietra sotto una pergola di legno su cui arrampica un bellissimo glicine in fiore. L’acqua calda arriva nelle vasche attraverso un sistema di condutture in legno, direttamente dalla sorgente. Il vapore si alza lieve dalla superficie nell’aria fresca del tardo pomeriggio. Sono da solo in tutta la struttura, posso godermi la pace dei sensi leggendo un libro e ripensando a quanto magnifico sia il Giappone e i suoi abitanti. Gente fiera, perfezionista allo sfinimento, incapace di attribuire ad altri le colpe dei propri fallimenti. Tuttavia ospitali, sorridenti e curiosi. Timorosi e goffi nel relazionarsi in lingue diverse dalla loro, nonostante la massiccia presenza di stranieri in tutto il paese. Ligi alle regole di cui sono ubriachi, forse addirittura imprigionati al loro interno. Ordinati, servizievoli, tutt’altro che frenetici, raffinati, precisi.

Sto seduto lì meditando su qualcosa che non mi torna nel comportamento dei giapponesi, su una serie di contraddizioni a volte fin troppo evidenti, quando vengo raggiunto da un altro avventore della Onsen. Attratto dai miei caratteri occidentali, mi raggiunge nella vasca esterna, si siede e si presenta: “Ciao, sono Atasuke. Sono originario di Hiroshima, mio nonno è morto nell’esplosione della Bomba”.

La ferita sanguina ancora. Duole e non li fa dormire. Li tiene incatenati e sottomessi, obbligati per retaggio culturale ad affliggersi per non aver vinto, incapaci di esorcizzare il demone della sconfitta incolpando un nemico esterno, invece che loro stessi.

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